Un’interessante riflessione di Domenico De Masi sullo stato attuale della Fondazione Ravello

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Riportiamo di seguito un intervento ed una riflessione di Domenico De Masi sullo stato attuale…

Riportiamo di seguito un intervento ed una riflessione di Domenico De Masi sullo stato attuale della Fondazione Ravello.

Inizio questa mia riflessione con una premessa. Nei prossimi giorni verrà dal Brasile una coppia di amici che mi ha chiesto di prenotarle una camera matrimoniale in un albergo di lusso di Ravello per tre notti e poi per tre notti a Capri. Ho fatto la prenotazione: a Capri la stanza migliore costa 980 euro a notte; a Ravello 2.700 euro. Dunque, nell’immaginario collettivo e nei listini del mercato internazionale Ravello ormai vale quasi tre volte Capri. Chi se lo sarebbe immaginato trent’anni fa, quando i pesi erano inversi? I ravellesi debbono essere consapevoli e orgogliosi di questo primato, che esige da loro un comportamento altrettanto esclusivo. Le due località vantano bellezze naturali e storiche parimenti intense; entrambe hanno avuto visitatori illustri nel corso dei secoli. Cosa, dunque, e quando ha determinato una così evidente differenza di prestigioso valore commerciale?

A mio avviso il discrimine fu marcato dalla scelta di marketing avvenuta nei primi anni Novanta quando, consapevolmente, Ravello decise di puntare sul turismo di qualità (intendendo per qualità la cultura) e di colpo, nel 1994-95, prolungò il Festival da dieci giorni a tre mesi. Sono stati i grandi concerti, le grandi mostre d’arte, i grandi convegni scientifici, i grandi incontri letterari, con la connessa grande comunicazione pubblicitaria, che hanno compiuto questo miracolo. Un miracolo ottenuto dalla parte migliore dei ravellesi, che ha compreso la mission del proprio paese e ha fatto grandi sforzi per implementarla. Un miracolo reso possibile dal ruolo determinante di una Fondazione che ha portato a Ravello non solo know how ma anche milioni di euro, che nei primi anni venivano raccolti prevalentemente presso sponsor privati e ora provengono quasi tutti dalla Regione.

Resta un problema: tuttora molti giovani di Ravello sono costretti ad emigrare perché per sei mesi l’anno non c’è lavoro e il paese cade in un vuoto spettrale. Un patrimonio strepitoso di infrastrutture (19 alberghi, centinaia di unità extra-alberghiere) resta inutilizzato 180 giorni l’anno a causa della sciagurata stagionalità turistica.

Per risolvere questo problema la Fondazione aveva progettato quattro grandi festival, uno per stagione. Serviva perciò una sede invernale all’altezza di questo sogno. Per crearla ottenne da Oscar Niemeyer – cioè uno dei massimi architetti del XX secolo – il progetto di un auditorium che oggi è riportato in decine di testi di architettura contemporanea, in tutto il mondo. Se gestito imprenditorialmente, questo auditorium non è un costo ma una fonte di guadagno. Grazie ad esso e alle infrastrutture alberghiere, infatti, Ravello potrebbe gareggiare 12 mesi l’anno con Cernobbio e con Taormina come sede delle più prestigiose convention internazionali. Ciò porterebbe più soldi dei matrimoni con un’attività ben più prestigiosa. Parecchi giovani operatori di eventi troverebbero qui lavoro a tempo pieno e migliaia di turisti, attratti dai festival, verrebbero anche nelle stagioni oggi morte. Non è questione di soldi ma di capacità e di volontà. Ravello sarebbe il primo polo turistico destagionalizzato di tutto il Sud. Questa era l’ambizione della Fondazione nel 2010. Purtroppo il capolavoro architettonico è ormai ridotto in uno stato pietoso che, invece di esaltare, discredita Ravello e ne denunzia l’incultura. Si pensi che, in vista di un’eventuale tinteggiatura, sono state fatte le prove di colori vari, ignorando che tutti gli edifici di Niemeyer, in tutto il mondo, sono bianchi, come del resto bianchi sono gli edifici tradizionali della Costiera. Insomma, sarebbe come colorare il Duomo di Milano!

Per quanto riguarda il Festival, la cosa migliore è confrontare i dati oggettivi di due edizioni, a dieci anni di distanza l’una dall’altra. Nel 2008, con 2 milioni di euro, in 127 giorni furono realizzati 143 eventi distribuiti in otto sezioni (dalla sinfonica alla cameristica e al jazz, dalla letteratura alla scienza, dalla danza al cinema e alle arti visive). Occorre aggiungervi tre giorni di seminario sul tema dell’anno, una mostra speciale curata dai direttori del Moma di New York e della Tate Gallery di Londra, una scuola di management culturale, una sezione dedicata ai giovani e un corso di formazione musicale per i bambini delle scuole locali. Tutti i ravellesi potettero fruire di uno sconto del 50% per tutti gli spettacoli a pagamento e assistere gratuitamente alle prove generali. Molti eventi avvennero fuori Villa Rufolo e a titolo gratuito. Pubblicità martellante nelle grandi stazioni e sui maggiori quotidiani nazionali. Chiunque arrivava a Ravello, trovava un paese dove tutto parlava gioiosamente del Festival.

Dieci anni dopo, nel 2018, con 3,5 milioni di euro, sono stati realizzati una trentina di eventi compresi in tre sezioni di cui solo la danza ha offerto un programma apprezzabile. Tutto si è svolto nel chiuso di Villa Rufolo, recidendo ogni rapporto vitale con il paese.

Cosa dire dell’edizione 2019 tuttora in corso? Per preparare un evento internazionale come il Ravello festival occorre almeno un anno di progettazione e allestimento. Dunque bisogna essere grati al Commissario Felicori che, avendo assunto la carica in febbraio, e non avendo trovato neppure un abbozzo di programma per il 2019, ha coraggiosamente assicurato la continuità della manifestazione assumendosene la responsabilità in prima persona.

In sintesi, se Ravello ha sorpassato Capri, e se un merito non secondario va alla Fondazione, ora tutto l’interesse dei ravellesi deve essere convogliato sull’obiettivo di ottenere dal Commissario, entro la fine del suo mandato, una Fondazione perfetta nella struttura e affidata a responsabili del massimo livello internazionale. Per fare cultura occorrono persone coltissime, capaci di unire in grado elevato le qualità creative con quelle organizzative e con la passione.

E’ poi urgente che la Fondazione assuma la gestione dell’Auditorium prima che esso faccia la fine del ponte di Genova e la gestione di Villa Episcopio prima che essa sia restaurata senza averne deciso preventivamente e scientificamente le finalità. In ultimo, occorre tenere ben presente che per salire nel prestigio internazionale ci vuole molta fatica e molto tempo, ma per rotolare in basso basta poco.

Domenico De Masi

Fonte : PositanoNews.it