LETTURE TASSIANE CANTO XV DELLA GERUSALEMME AL MUSEO CORREALE

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Il prof Vincenzo Caputo, curerà l’esegesi di questo canto e l’attrice Josi Auriemme proporrà delle…

Il prof Vincenzo Caputo, curerà l’esegesi di questo canto e l’attrice Josi Auriemme proporrà delle letture, nel format collaudato ormai, del prof Paolella Alfonso. Con proiezioni di immagini, musiche , testi e letture.

UBALDO

ARGOMENTO.

     Dal Mago instrutti, i duo guerrier sen vanno
Dove il pino fatal gli attende in porto:
Spiegan la vela, e pria del gran Tiranno
D’Egitto i legni e l’apparecchio han scorto:
Poi tale il vento, e tale il nocchiero hanno,
Che ben lungo viaggio estiman corto.
All’Isola remota alfine spinti,
Da lor le forze sono e i vezzi vinti.

 

CANTO DECIMOQUINTO.

Già richiamava il bel nascente raggio
All’opre ogni animal che in terra alberga;
Quando venendo ai due guerrieri il Saggio
4Portò il foglio, e lo scudo, e l’aurea verga.
Accingetevi, disse, al gran viaggio
Prima che ’l dì, che spunta omai, più s’erga.
Eccovi quì quanto ho promesso, e quanto
8Può della maga superar l’incanto.

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II.

Erano essi già sorti, e l’arme intorno
Alle robuste membra avean già messe:
Onde, per vie che non rischiara il giorno,
12Tosto seguono il vecchio; e son l’istesse
Vestigia ricalcate, or nel ritorno,
Che furon prima nel venire impresse.
Ma giunti al letto del suo fiume: amici,
16Io v’accommiato, ei disse; ite felici.

III.

Gli accoglie il rio nell’alto seno, e l’onda
Soavemente in su gli spinge e porta
Come suole innalzar leggiera fronda,
20La qual da violenza in giù fu torta:
E poi gli espon sovra la molle sponda:
Quinci mirar la già promessa scorta.
Vider picciola nave, e in poppa quella,
24Che guidar gli dovea, fatal donzella.

IV.

Crinita fronte essa dimostra, e ciglia
Cortesi e favorevoli e tranquille:
E nel sembiante agli Angioli somiglia;
28Tanta luce ivi par ch’arda e sfaville!
La sua gonna or azzurra, ed or vermiglia
Diresti, e si colora in guise mille:
Sicch’uom sempre diversa a se la vede,
32Quantunque volte a riguardarla riede.

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V.

Così piuma talor, che di gentile
Amorosa colomba il collo cinge,
Mai non si scorge a se stessa simíle;
36Ma in diversi colori al Sol si tinge.
Or d’accesi rubin sembra un moníle:
Or di verdi smeraldi il lume finge:
Or insieme gli mesce: e varia e vaga,
40In cento modi, i riguardanti appaga.

VI.

Entrate, dice, o fortunati, in questa
Nave ond’io l’Ocean, sicura, varco:
Cui destro è ciascun vento, ogni tempesta
44Tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.
Per ministra e per duce or mi v’appresta
Il mio signor, del favor suo non parco.
Così parlò la donna; e più vicino
48Fece poscia alla sponda il curvo pino.

VII.

Come la nobil coppia ha in quel raccolta,
Spinge la ripa, e gli rallenta il morso:
Ed avendo la vela all’aure sciolta,
52Ella siede al governo, e regge il corso.
Gonfio il torrente è sì ch’a questa volta
I naviglj portar ben può sul dorso;
Ma questo è sì leggier, che ’l sosterrebbe
56Qual altro rio per novo umor men crebbe.

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VIII.

Veloce sovra il natural costume
Spingon la vela in verso il lido i venti.
Biancheggian l’acque di canute spume,
60E rotte dietro mormorar le senti.
Ecco giungono omai là dove il fiume
Queta, in letto maggior, l’onde correnti:
E nell’ampie voragini del mare
64Disperso, o divien nulla o nulla appare.

IX.

Appena ha tocco la mirabil nave
Della marina, allor turbata, il lembo;
Che spariscon le nubi, e cessa il grave
68Noto che minacciava oscuro nembo.
Spiana i monti dell’onde aura soave,
E solo increspa il bel ceruleo grembo:
E d’un dolce seren diffuso ride
72Il Ciel, che sè più chiaro unqua non vide.

X.

Trascorse oltre Ascalona, ed a mancina
Andò la navicella inver Ponente.
E tosto a Gaza si trovò vicina,
76Che fu porto di Gaza anticamente.
Ma poi, crescendo dell’altrui rovina,
Città divenne assai grande e possente:
Ed eranvi le piagge allor ripiene
80Quasi d’uomini sì come d’arene.

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XI.

Volgendo il guardo a terra, i naviganti
Scorgean di tende numero infinito.
Miravan cavalier, miravan fanti
84Ire e tornar dalla cittade al lito:
E da cammeli onusti, e da elefanti
L’arenoso sentier calpesto e trito:
Poi del porto vedean ne’ fondi cavi
88Sorte, e legate all’ancore le navi;

XII.

Altre spiegar le vele, e ne vedieno
Altre i remi trattar veloci e snelle:
E da essi e da’ rostri il molle seno
92Spumar percosso in queste parti e in quelle.
Disse la donna allor: benchè ripieno
Il lido e ’l mar sia delle genti felle;
Non ha insieme però le schiere tutte
96Il potente Tiranno anco ridutte.

XIII.

Sol dal regno d’Egitto, e dal contorno
Raccolte ha queste; or le lontane attende:
Chè verso l’Oriente e ’l Mezzo giorno
100Il vasto imperio suo molto si stende.
Sicchè sper’io che prima assai ritorno
Fatto avrem noi, che mova egli le tende:
Egli, o quel che in sua vece esser soprano
104Dell’esercito suo de’ capitano.

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XIV.

Mentre ciò dice, come aquila suole
Tra gli altri augelli trapassar sicura,
E sorvolando ir tanto appresso il Sole
108Che nulla vista più la raffigura;
Così la nave sua sembra che vole
Tra legno e legno: e non ha tema o cura
Che vi sia chi l’arresti, o chi la segua:
112E da lor s’allontana, e si dilegua.

XV.

E in un momento incontra Raffia arriva,
Città la qual in Siria appar primiera
A chi d’Egitto muove: indi alla riva
116Sterilissima vien di Rinocera.
Non lunge un monte poi le si scopriva,
Che sporge sovra ’l mar la chioma altera,
E i piè si lava nelle instabili onde,
120E l’ossa di Pompeo nel grembo asconde.

XVI.

Poi Damiata scopre: e come porte
Al mar tributo di celesti umori
Per sette il Nilo sue famose porte,
124E per cento altre ancor foci minori.
E naviga oltre la Città dal forte
Greco fondata ai Greci abitatori:
Ed oltra Faro, isola già che lunge
128Giacque dal lido, al lido or si congiunge.

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XVII.

Rodi e Creta lontane inverso ’l polo
Non scerne; e pur lungo Africa sen viene,
Sul mar culta e ferace: addentro solo
132Fertil di mostri, e d’infeconde arene.
La Marmarica rade: e rade il suolo
Dove cinque Cittadi ebbe Cirene:
Qui Tolomita, e poi con l’onde chete
136Sorger si mira il favoloso Lete.

XVIII.

La maggior Sirte a’ naviganti infesta,
Trattasi in alto, inver le piaggie lassa.
E ’l capo di Giudeca indietro resta:
140E la foce di Magra indi trapassa.
Tripoli appar sul lido, e in contra a questa
Giace Malta fra l’onde occulta e bassa:
E poi riman con l’altre Sirti a tergo
144Alzerbe, già de’ Lotofagi albergo.

XIX.

Nel curvo lido poi Tunisi vede,
Che ha d’ambo i lati del suo golfo un monte:
Tunisi ricca ed onorata sede
148A par di quante n’ha Libia più conte.
A lui di costa la Sicilia siede,
Ed il gran Lilibeo gl’innalza a fronte.
Or quinci addita la donzella, ai due
152Guerrieri, il loco ove Cartagin fue.

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XX.

Giace l’alta Cartago; appena i segni
Dell’alte sue ruine il lido serba.
Muojono le Città, muojono i regni:
156Copre i fasti e le pompe arena ed erba:
E l’uom d’esser mortal par che si sdegni:
O nostra mente cupida e superba!
Giungon quinci a Biserta, e più lontano
160Han l’isola de’ Sardi all’altra mano.

XXI.

Trascorser poi le piaggie ove i Numidi
Menar già vita pastorale erranti.
Trovar Bugia, ed Algieri, infami nidi
164Di corsari: ed Oran trovar più innanti.
E costeggiar di Tingitana i lidi,
Nutrice di leoni e d’elefanti:
Ch’or di Marocco è il regno, e quel di Fessa:
168E varcar la Granata incontro ad essa.

XXII.

Son già là dove il mar fra terra inonda,
Per via ch’esser d’Alcide opra si finse.
E forse è ver ch’una continua sponda
172Fosse, ch’alta ruina in due distinse.
Passovvi a forza l’Oceano: e l’onda
Abila quinci, e quindi Calpe spinse.
Spagna e Libia partío con foce angusta;
176Tanto mutar può lunga età vetusta!

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XXIII.

Quattro volte era apparso il Sol nell’Orto,
Dacchè la nave si spiccò dal lito:
Nè mai (ch’uopo non fu) s’accolse in porto,
180E tanto del cammino ha già fornito.
Or entra nello stretto, e passa il corto
Varco, e s’ingolfa in pelago infinito.
Se il mar quì è tanto, ove il terreno il serra,
184Che fia colà dov’egli ha in sen la terra?

XXIV.

Più non si mostra omai tra gli alti flutti
La fertil Gade, e l’altre due vicine.
Fuggite son le terre, e i lidi tutti:
188Dell’onda il Ciel, del Ciel l’onda è confine.
Diceva Ubaldo allor: tu che condutti
N’hai, donna, in questo mar che non ha fine;
Dì, s’altri mai quì giunse: e se più innante
192Nel mondo, ove corriamo, have abitante.

XXV.

Risponde: Ercole poich’uccisi i mostri
Ebbe di Libia, e del paese Ispano:
E tutti scorsi, e vinti i lidi vostri,
196Non osò di tentar l’alto Oceáno.
Segnò le mete, e in troppo brevi chiostri
L’ardir ristrinse dell’ingegno umano.
Ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse,
200Di veder vago e di sapere, Ulisse.

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XXVI.

Ei passò le colonne, e per l’aperto
Mare spiegò de’ remi il volo audace:
Ma non giovogli esser nell’onde esperto,
204Perchè inghiottillo l’Ocean vorace:
E giacque col suo corpo anco coperto
Il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
208O non tornonne, o vi rimase estinto.

XXVII.

Sicchè ignoto è il gran mar che solchi: ignote
Isole mille e mille regni asconde,
Nè già d’abitator le terre han vote;
212Ma son come le vostre anco feconde.
Son esse atte al produr: nè steril puote
Esser quella virtù che ’l Sol v’infonde.
Ripiglia Ubaldo allor: del mondo occulto,
216Dimmi, quai son le leggi e quale il culto.

XXVIII.

Gli soggiunse colei: diverse bande
Diversi han riti, ed abiti e favelle.
Altri adora le belve: altri la grande
220Comune madre: il Sole altri e le stelle.
V’è chi d’abbominevoli vivande
Le mense ingombra scellerate e felle.
E in somma ognun, che in qua da Calpe siede,
224Barbaro è di costumi, empio di fede.

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XXIX.

Dunque (a lei replicava il cavaliero)
Quel Dio che scese a illuminar le carte,
Vuole ogni raggio ricoprir del vero
228A questa che del mondo è sì gran parte?
No, rispose ella, anzi la fe di Piero
Fiavi introdotta, ed ogni civil’ arte.
Nè già sempre sarà che la via lunga
232Questi da’ vostri popoli disgiunga.

XXX.

Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
Favola vile ai naviganti industri:
E i mar riposti, or senza nome, e i regni
236Ignoti, ancor tra voi saranno illustri.
Fia che il più ardito allor di tutti i legni
Quanto circonda il mar circondi e lustri.
E la terra misuri, immensa mole,
240Vittorioso ed emulo del Sole.

XXXI.

Un uom della Liguria avrà ardimento
All’incognito corso esporsi in prima,
Nè ’l minaccevol fremito del vento,
244Nè l’inospito mar, nè ’l dubbio clima,
Nè s’altro di periglio, o di spavento
Più grave e formidabile or si stima;
Faran che il generoso, entro ai divieti
248D’Abila angusti, l’alta mente accheti.

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XXXII.

Tu spiegherai, Colombo, a un nuovo polo
Lontane sì le fortunate antenne,
Ch’appena seguirà con gli occhj il volo
252La Fama, c’ha mille occhj e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
Basti a’ posteri tuoi ch’alquanto accenne:
Chè quel poco darà lunga memoria
256Di poema degnissima e d’istoria.

XXXIII.

Così dice ella; e per le ondose strade
Corre al Ponente, e piega al Mezzogiorno.
E vede come incontra il Sol giù cade,
260E come a tergo lor rinasce il giorno.
E quando appunto i raggj e le rugiade
La bella aurora seminava intorno,
Lor s’offrì, di lontano, oscuro un monte
264Che tra le nubi nascondea la fronte.

XXXIV.

E ’l vedean poscia, procedendo avante,
Quando ogni nuvol già n’era rimosso,
Alle acute piramidi sembiante,
268Sottile inver la cima, e in mezzo grosso:
E mostrarsi talor così fumante,
Come quel che d’Encelado è sul dosso:
Che per propria natura il giorno fuma,
272E poi la notte il Ciel di fiamme alluma.

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XXXV.

Ecco altre isole insieme, altre pendíci
Scoprian alfin men erte ed elevate.
Ed eran queste l’isole felici;
276Così le nominò la prisca etate,
A cui tanto stimava i Cieli amici,
Che credea volontarie, e non arate
Quì partorir le terre, e in più graditi
280Frutti, non culte, germogliar le viti.

XXXVI.

Quì non fallaci mai fiorir gli olivi,
E ’l mel dicea stillar dall’elci cave:
E scender giù da lor montagne i rivi
284Con acque dolci, e mormorio soave:
E zefiri e rugiade i raggj estivi
Temprarvi sì, che nullo ardor v’è grave:
E quì gli Elisj campi, e le famose
288Stanze delle beate anime pose.

XXXVII.

A queste or vien la donna, ed, omai sete
Dal fin del corso, lor dicea, non lunge.
L’isole di Fortuna ora vedete,
292Di cui gran fama a voi, ma incerta, giunge.
Ben son elle feconde, e vaghe e liete;
Ma pur molto di falso al ver s’aggiunge.
Così parlando, assai presso si fece
296A quella che la prima è delle diece.

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XXXVIII.

Carlo incomincia allor: se ciò concede,
Donna, quell’alta impresa ove ci guidi;
Lasciami omai por nella terra il piede,
300E veder questi inconosciuti lidi:
Veder le genti, e ’l culto di lor fede,
E tutto quello ond’uom saggio m’invídi,
Quando mi gioverà narrar altrui
304Le novità vedute, e dire: io fui.

XXXIX.

Gli rispose colei: ben degna invero
La domanda è di te; ma che poss’io,
S’egli osta inviolabile e severo
308Il decreto de’ Cieli al bel desio?
Chè ancor volto non è lo spazio intero
Ch’al grande scoprimento ha fisso Dio:
Nè lece a voi dall’Ocean profondo
312Recar vera notizia al vostro mondo.

XL.

A voi, per grazia, e sovra l’arte e l’uso
De’ naviganti, ir per quest’acque è dato:
E scender là dove è il guerrier rinchiuso,
316E ridurlo del mondo all’altro lato.
Tanto vi basti: e l’aspirar più suso
Superbir fora, e calcitrar col fato.
Quì tacque: e già parea più bassa farsi
320L’isola prima, e la seconda alzarsi.

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XLI.

Ella mostrando gía che all’Oriente
Tutte, con ordin lungo, eran dirette:
E che largo è fra lor quasi egualmente
324Quello spazio di mar che si frammette.
Ponsi veder d’abitatrice gente
Case e culture ed altri segni in sette:
Tre deserte ne sono; e v’han le belve
328Sicurissima tana in monti e in selve.

XLII.

Luogo è in una dell’erme assai riposto,
Ove si curva il lido e in fuori stende
Due lunghe corna, e fra lor tiene ascosto
332Un ampio seno, e porto un scoglio rende,
Ch’a lui la fronte, e ’l tergo all’onda ha opposto
Che vien dall’alto, e la respinge e fende.
S’innalzan quinci e quindi, e torreggianti
336Fan due gran rupi segno a’ naviganti.

XLIII.

Tacciono sotto i mar sicuri in pace:
Sovra ha di negre selve opaca scena:
E in mezzo d’esse una spelonca giace,
340D’edere, e d’ombre, e di dolci acque amena.
Fune non lega quì, nè col tenace
Morso le stanche navi áncora frena.
La donna in sì solinga e queta parte
344Entrava, e raccogliea le vele sparte.

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XLIV.

Mirate, disse poi, quell’alta mole
Che di quel monte in su la cima siede.
Quivi fra cibi, ed ozio, e scherzi, e fole
348Torpe il campion della Cristiana fede.
Voi, con la guida del nascente Sole,
Su per quell’erto moverete il piede:
Nè vi gravi il tardar; perocchè fora,
352Se non la mattutina, infausta ogni ora.

XLV.

Ben col lume del dì, ch’anco riluce,
Insino al monte andar per voi potrassi.
Essi al congedo della nobil duce
356Poser nel lido desiato i passi:
E ritrovar la via, ch’a lui conduce,
Agevol sì che i piè non ne fur lassi;
E quando v’arrivar, dall’Oceáno
360Era il carro di Febo anco lontano.

XLVI.

Veggion che per dirupi, e fra ruine
S’ascende alla sua cima alta e superba:
E ch’è fin là di nevi e di pruine
364Sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
Presso al canuto mento il verde crine
Frondeggia: e ’l ghiaccio fede ai giglj serba
Ed alle rose tenere; cotanto
368Puote sovra natura arte d’incanto!

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XLVII.

I duo’ guerrieri, in loco ermo e selvaggio
Chiuso d’ombre, fermarsi a piè del monte:
E come il Ciel rigò col novo raggio
372Il Sol, dell’aurea luce eterno fonte;
Su su, gridaro entrambi, e ’l lor viaggio
Ricominciar con voglie ardite e pronte.
Ma esce, non so donde, e s’attraversa
376Fiera serpendo orribile e diversa.

XLVIII.

Innalza d’oro squallido squamose
Le creste e ’l capo, e gonfia il collo d’ira:
Arde negli occhj; e le vie tutte ascose
380Tien sotto il ventre; e tosco e fumo spira.
Or rientra in se stessa, or le nodose
Rote distende, e sè dopo sè tira.
Tal s’appresenta alla solita guarda;
384Nè però de’ guerrieri i passi tarda.

XLIX.

Già Carlo il ferro stringe, e ’l serpe assale:
Ma l’altro grida a lui: che fai? che tente?
Per isforzo di man, con arme tale,
388Vincer avvisi il difensor serpente?
Egli scuote la verga aurea immortale,
Sicchè la belva il sibilar ne sente:
E impaurita al suon, fuggendo ratta,
392Lascia quel varco libero, e s’appiatta.

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L.

Più suso alquanto il passo a lor contende
Fero leon che rugge e torvo guata:
E i velli arrizza, e le caverne orrende
396Della bocca vorace apre e dilata:
Si sferza con la coda, e l’ire accende.
Ma non è pria la verga a lui mostrata,
Ch’un secreto spavento al cor gli agghiaccia
400Ogni nativo ardire, e in fuga il caccia.

LI.

Segue la coppia il suo cammin veloce;
Ma formidabile oste han già davante
Di guerrieri animai, varj di voce,
404Varj di moto, e varj di sembiante.
Ciò che di mostruoso e di feroce
Erra fra ’l Nilo e i termini d’Atlante,
Par quì tutto raccolto, e quante belve
408L’Ercinia ha in sen, quante l’Ircane selve.

LII.

Ma pur sì fero esercito e sì grosso
Non vien che lor respinga, o lor resista:
Anzi (miracol novo!) in fuga è mosso
412Da un picciol fischio, e da una breve vista.
La coppia omai vittoriosa il dosso
Della montagna, senza intoppo, acquista;
Se non se inquanto il gelido e l’alpino
416Delle rigide vie tarda il cammino.

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LIII.

Ma poi che già le nevi ebber varcate,
E superato il discosceso e l’erto;
Un bel tepido Ciel di dolce state
420Trovaro, e ’l pian sul monte ampio ed aperto.
Aure fresche maisempre ed odorate
Vi spiran con tenor stabile e certo:
Nè i fiati lor, siccome altrove suole,
424Sopisce o desta, ivi girando, il Sole.

LIV.

Nè, come altrove suol, ghiaccj ed ardori,
Nubi e sereni a quelle piaggie alterna;
Ma il Ciel di candidissimi splendori
428Sempre s’ammanta, e non s’infiamma o verna;
E nutre ai prati l’erba, all’erba i fiori,
Ai fior l’odor, l’ombra alle piante eterna.
Siede sul lago, e signoreggia intorno
432I monti e i mari il bel palagio adorno.

LV.

I Cavalier per l’alta aspra salita
Sentiansi alquanto affaticati e lassi:
Onde ne gían per quella via fiorita
436Lenti, or movendo ed or fermando i passi;
Quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invita
Le asciutte labbra, alto cader da’ sassi
E da una larga vena, e con ben mille
440Zampilletti spruzzar l’erbe di stille.

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LVI.

Ma tutta insieme poi tra verdi sponde,
In profondo canal, l’acqua s’aduna:
E sotto l’ombra di perpetue fronde
444Mormorando sen va gelida e bruna;
Ma trasparente sì che non asconde
Dell’imo letto suo vaghezza alcuna;
E sovra le sue rive alta s’estolle
448L’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

LVII.

Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
Che mortali periglj in se contiene.
Or quì tener a fren nostro desio,
452Ed esser cauti molto a noi conviene.
Chiudiam l’orecchie al dolce canto e rio
Di queste del piacer false Sirene.
Così n’andar fin dove il fiume vago
456Si spande in maggior letto, e forma un lago.

LVIII.

Quivi di cibi preziosa e cara
Apprestata è una mensa in su le rive:
E scherzando sen van per l’acqua chiara
460Due donzellette garrule e lascive:
Ch’or si spruzzano il volto, or fanno a gara
Chi prima a un segno destinato arrive.
Si tuffano talora: e ’l capo e ’l dorso
464Scoprono alfin dopo il celato corso.

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LIX.

Mosser le natatrici ignude e belle
De’ duo’ guerrieri alquanto i duri petti;
Sicchè fermarsi a riguardarle: ed elle
468Seguian pure i lor giochi, e i lor diletti.
Una intanto drizzossi, e le mammelle
E tutto ciò che più la vista alletti
Mostrò, dal seno insuso, aperto al Cielo:
472E ’l lago all’altre membra era un bel velo.

LX.

Qual mattutina stella esce dall’onde
Rugiadosa e stillante: o come fuore
Spuntò nascendo già dalle feconde
476Spume dell’Ocean la Dea d’Amore;
Tale apparve costei: tal le sue bionde
Chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gli occhj, e pur allor s’infinse
480Que’ duo’ vedere, e in se tutta si strinse.

LXI.

E ’l crin, che in cima al capo avea raccolto
In un sol nodo, immantinente sciolse,
Che, lunghissimo in giù cadendo e folto,
484D’un aureo manto i molli avorj involse.
O che vago spettacolo è lor tolto!
Ma non men vago fu chi loro il tolse.
Così dall’acque e da’ capelli ascosa
488A lor si volse lieta e vergognosa.

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LXII.

Rideva insieme, e insieme ella arrossia:
Ed era nel rossor più bello il riso,
E nel riso il rossor che le copria
492Insino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi sì dolce e pia,
Che fora ciascun altro indi conquiso:
O fortunati peregrin, cui lice
496Giungere in questa sede alma e felice!

LXIII.

Questo è il porto del mondo; e quì il ristoro
Delle sue noje, e quel piacer si sente
Che già sentì ne’ secoli dell’oro
500L’antica e senza fren libera gente.
L’arme che sin a quì d’uopo vi foro,
Potete omai depor sicuramente,
E sacrarle in quest’ombra alla quiete:
504Chè guerrieri quì sol d’Amor sarete.

LXIV.

E dolce campo di battaglia il letto
Fiavi, e l’erbetta morbida de’ prati.
Noi menerenvi anzi il regale aspetto
508Di lei, che quì fa i servi suoi beati:
Che v’accorrà nel bel numero eletto
Di quei ch’alle sue gioje ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
512Vi piaccia, e ’l cibo a quella mensa torre.

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LXV.

L’una disse così: l’altra concorde
L’invito accompagnò d’atti e di sguardi,
Siccome al suon delle canore corde
516S’accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
L’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi:
E il lusinghiero aspetto e il parlar dolce
520Di fuor s’aggira, e solo i sensi molce.

LXVI.

E se di tal dolcezza entro trasfusa
Parte penétra, onde il desio germoglie;
Tosto ragion, nell’armi sue rinchiusa,
524Sterpa e riseca le nascenti voglie.
L’una coppia riman vinta e delusa:
L’altra sen va, neppur congedo toglie.
Essi entrar nel palagio: esse nell’acque
528Tuffarsi; a lor sì la repulsa spiacque.

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Fonte : PositanoNews.it